Pax Britannica (James Morris) - Rizzoli 1° Ediz.
L'apogeo di un impero. Molto buono - ottimo. Corpo del libro perfetto, leggero ingiallimento pagine, alcune leggermente più ingiallite Sovracoperta lievi segni d'uso. Provvista tagliando prezzo. Traduzione Gianni Pilone - Colombo Rizzoli - Collana storia Rizzoli Anno ° Edizione Rilegato con sovracoperta - pagine 410 - illustrazioni b/n fuori testo. Questo libro si propone di descrivere il più vasto degli imperi, quello britannico, nel suo momento più alto, che io identifico nel Giubileo di diamante celebrato dalla regina Vittoria nel - prima che la guerra boera incrinasse lo spirito imperiale, ed eventi più terribili ancora lo distruggessero. Lo spettacolo, di proporzioni colossali, non fu affatto semplice o ben definito, ma fu intricato, caoticamente esteso, complesso e contraddittorio. Per ogni idealista ci fu una canaglia, per ogni eleganza una rozzezza, e la presenza britannica da un capo all'altro del mondo non si ispirò a una qualunque ordinata logica. Questa sconcertante varietà è quanto ho cercato di fermare nelle mie pagine, che vorrebbero così diventare un microcosmo del proprio argomento. Diciamo dunque che si tratta di una sorta di libro di viaggio nella storia o di servizio giornalistico sulla storia, limitato dal punto di vista del tempo (l'ultimo decennio dell'Ottocento), ma non da quello dello spazio. Un libro che non si propone la completezza, ma nel quale ho cercato di rievocare che cosa era, come funzionava, quale aspetto aveva e come era visto l'Impero in quell'epoca - e visto dai britannici, intendo, perché sarebbe presuntuoso da parte mia il congetturare che cosa esso significasse per milioni e milioni di sudditi non britannici. Con tutta la sua millanteria, il suo opportunismo, e talvolta la sua brutalità, il momento imperiale scelto per la descrizione è, credo, uno dei più felici. La moralità dell 'imperialismo come principio non trovava allora, in genere, chi la sottoponesse a critica, e solo un manipolo di radicali contestava il principio del diritto di un popolo a imporre il proprio dominio ad altri popoli. Né le popolazioni che ne erano suddite avevano ancora sviluppato quella coscienza nazionale che avrebbe in seguito reso l'idea coloniale degradante sia per i dominatori che per i dominati; sicché possiamo dire che il dominio britannico appariva in genere, così ai dominati come ai dominatori, più una benedizione che una maledizione. In altri volumi rievocherò l'ascesa belli ci sta e il susseguente crollo delle illusioni dell 'Impero vittoriano: in quest'opera non ho nascosto una simpatia istintiva per questo periodo per quanto tormentato esso risulti alla luce della nostra conoscenza retrospettiva delle tragedie che ad esso sarebbero seguite. Mi è piaciuto anche immaginare questo mio libro come orchestrato dal giovane Elgar e illustrato da Frith, gli artisti che meglio ne hanno incarnato la precaria grandezza: le sue pagine profumano per me di cuoio da sella, di bastoncini d'incenso e di vapore di treno; e spero che, chiudendolo, i miei lettori possano dire di aver passato qualche ora a rimirare uno scenario immensamente vario e non privo di splendore, percorso, nei suoi diversi paesaggi, da un popolo notevole all'apice del vigore - in un empito di creatività, orgoglio, cupidigia e potere. J.M.